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13 giugno 2022

GOGOL, Nikolaj Vasil'evič - le Grandi Firme della Narrativa Breve

1 aprile 1809, Velyki Soročynci, Ucraina  -  21 febbraio 1852, Mosca, Russia

Benché realistica nel suo fondamento, l'opera di G. si distingue da quella di altri realisti russi per la ricchezza dell'inventiva e la bizzarria dell'immaginazione; la sua prosa è intensa, ricca di cadenze ritmiche e di effetti acustici, il linguaggio è sempre smagliante e denso di qualità pittoriche. Tra le opere più significative si ricordano i racconti Taras Bul'ba (1834) e Arabeschi (1835), la commedia L'ispettore generale (1836), la raccolta Racconti di Pietroburgo (1842) e il romanzo Le anime morte (1842).
( font: varie dal web)

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👉 IL CAPPOTTO

"Quando e in qual modo Akàkij Akakièviè fosse entrato al ministero e chi ve l'avesse messo, è una cosa che nessuno ricordava. Per quanti direttori e vari superiori cambiassero, videro sempre lui allo stesso posto, nella stessa posizione, con le stesse funzioni, sempre lo stesso impiegato copista, tanto che poi si persuasero che, evidentemente, doveva esser venuto al mondo così, già pronto con l'uniforme e con la calvizie sulla testa. Nel ministero non gli dimostravano alcuna stima. Non soltanto i custodi non si alzavano dal loro posti quando passava, ma nemmeno lo guardavano, come se attraverso l'anticamera fosse volata una semplice mosca. I superiori si comportavano con lui in un certo modo freddamente dispotico. Un qualsiasi aiutante del capufficio gli ficcava letteralmente sotto il naso gl'incartamenti, senza neppure dirgli «copiate», oppure «ecco un bell'affaruccio interessante» o insomma qualcosa di piacevole come si usa negli uffici dove c'è della buona educazione. E lui prendeva, guardando solo l'incartamento, senza badare a chi gliel'aveva messo lì e se ne avesse il diritto. Prendeva e subito si metteva a copiarlo... "


👉 IL NASO

Incipit:

Il 25 marzo a Pietroburgo accadde un avvenimento molto strano. Il barbiere Ivàn Jakovlèviè, abitante sulla Prospettiva Voznesènskij (il suo cognome è andato perduto e nient'altro risulta dalla sua insegna, dov'è raffigurato un signore con una guancia insaponata e c'è la scritta: «Si cava anche sangue»), il barbiere Ivàn Jakovlèviè dunque si svegliò abbastanza presto e sentì odore di panini caldi. Sollevandosi un poco sul letto, vide che sua moglie, una signora abbastanza rispettabile cui piaceva molto bere caffè, sfornava dei panini appena cotti.
«Oggi, Praskòvija Osìpovna, io non prendo il caffè,» disse Ivàn Jakovlèviè, «vorrei invece mangiare del pane caldo con la cipolla.»
(Ossia, Ivàn Jakovlèviè, avrebbe voluto l'uno e l'altro, ma sapeva che era assolutamente impossibile esigere due cose alle volta, perchè Praskòvija Osìpovna non amava per nulla simili capricci.)
«Che questo scemo mangi pure il pane; per me è meglio,» pensò fra sè la consorte, «così resterà una porzione in più di caffè.»
E gettò un panino sul tavolo.
Per decenza Ivàn Jakovlèviè si mise il frac sopra la camicia e, sedutosi a tavola, prese del sale, preparò due teste di cipolla, impugnò il coltello e, assunta un'espressione ispirata, si accinse a tagliare il pane. Tagliato il pane a metà, gettò un'occhiata nel mezzo e, con suo stupore, vide qualcosa che biancheggiava. Ivàn Jakovlèviè la sfrugacchiò cautamente con il coltello e la tastò con un dito:
«Solido?» disse fra sè, «cosa può essere?»


Guy de MAUPASSANT, Henri-René-Albert - le Grandi firme della Narrativa Breve

 

(Tourville-sur-Arques, 5 agosto 1850 – Parigi, 6 luglio 1893)

Legato alla corrente del naturalismo francese, e allievo di Flaubert, il nostro "fu scrittore originale nella rappresentazione, fra divertita e spietata, di un mondo borghese cupido e sensuale, raggiungendo risultati tra i più alti della letteratura europea dell'Ottocento". Considerato uno dei padri del racconto moderno ha scritto oltre trecento novelle (La signorina Fifi - Palla di Sego - La Horle - e romanzi di successo come Une vie (1883) e Bel Ami (1885).

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👉 LA RAGAZZA DI PAUL (1881)

Incipit:
Il ristorante Grillon, vero falansterio di canottieri, si stava lentamente vuotando. Davanti all’uscio era una confusione di grida, di richiami; e dei giovanottoni con la maglietta bianca, gesticolavano tenendo i remi sulla spalla. Le donne, in freschi abbigliamenti primaverili, salivano con grande attenzione sui canotti, si sedevano a poppa aggiustandosi l’abito, mentre il padrone del ristorante, un pezzo di giovane con la barba rossiccia, famoso per la sua forza, dava la mano alle donzelle, mantenendo in equilibrio le fragili imbarcazioni. A loro volta i rematori si mettevano al posto, braccia nude e petto in fuori, posando per la platea che era composta di borghesi vestiti a festa, di operai e soldati appoggiati coi gomiti alla balaustra del ponte, e attentissimi allo spettacolo. Ad una ad una le imbarcazioni si distaccavano dal pontone. I rematori si curvavano in avanti, poi si gettavano all’indietro, con movimento regolare; sotto la spinta dei lunghi remi ricurvi i veloci canotti scivolavano sul fiume, s’allontanavano, rimpiccolivano, scomparivano infine sotto l’altro ponte - quello della ferrovia - scendendo giù verso il Ranocchiaio. 




Incipit:
La pioggia cadeva a dirotto, una pioggia normanna che pareva scagliata da una mano furiosa, una pioggia obliqua, fitta come un tendone, simile a un muro di strisce oblique, una pioggia che sferzava, schizzava, annegava ogni cosa, una vera pioggia dei dintorni di Rouen, orinale della Francia.

Il comandante prussiano, maggiore conte di Farlsberg, stava finendo di leggere la posta, sprofondato in una gran poltrona, coi piedi poggiati sull'elegante marmo del caminetto nel quale gli speroni degli stivali, nei tre mesi da che durava l'occupazione del castello di Uville, avevano scavato due solchi profondi, che s'approfondivano ogni giorno di più.
Una tazzina di caffè fumava su un tavolinetto macchiato dai liquori, bruciacchiato dai sigari intaccato dal temperino dell'ufficiale conquistatore, il quale, talvolta, mentre appuntiva una matita, si fermava e tracciava sul grazioso mobile cifre o disegni, seguendo le sue svagate fantasticherie. Quando ebbe letto la corrispondenza e sfogliato i giornali tedeschi che il furiere gli aveva portato, si alzò, buttò sul fuoco tre o quattro ciocchi di legna verde - poiché quei signori per riscaldarsi abbattevano un po' alla volta il parco - e si avvicinò alla finestra. La pioggia cadeva a dirotto, una pioggia normanna che pareva scagliata da una mano furiosa, una pioggia obliqua, fitta come un tendone, simile a un muro di strisce oblique, una pioggia che sferzava, schizzava, annegava ogni cosa, una vera pioggia dei dintorni di Rouen, orinale della Francia. Per giorni e giorni i resti dell'esercito in rotta attraversarono la città. Non erano soldati, ma orde sbandate. Gli uomini, con la barba lunga e sporca, le uniformi a brandelli, camminavano con passo stanco, senza bandiera, senza capi. Parevano tutti depressi, sfiancati, incapaci di pensare o di decidere, andavano avanti solo per abitudine, e appena si fermavano cadevano giù dalla fatica. Erano per lo più richiamati, gente pacifica, tranquilli possidenti, curvi sotto il peso del fucile; giovanissime reclute, vivaci, facili a spaventarsi come a entusiasmarsi, pronte all'attacco come alla fuga; in mezzo ad essi, alcuni pantaloni rossi, resti d'una divisione maciullata in una grande battaglia; scuri artiglieri in fila con fanti di diverse armi; e, ogni tanto, l'elmo lucido d'un dragone dal passo pesante che seguiva faticosamente la marcia più spedita dei fanti. Passavano anche legioni di franchi tiratori dai nomi eroici: «i Vendicatori della Disfatta; i Cittadini della Tomba; i Votati alla Morte», e dall'aspetto di banditi.


👉 SCAMPAGNATA (PROMENADE - 1881)

Incipit:

Da cinque mesi c'era il progetto d'andare a mangiare nei dintorni di Parigi, il giorno della festa della signora Dufour, che si chiamava Petronille. Sicché quella mattina, dopo aver aspettato la scampagnata per tanto tempo, tutti s'erano alzati prestissimo. Dufour s'era fatto prestare la vettura dal lattaio, e s'era messo a guidare lui stesso. Era una carretta a due ruote, assai decorosa, col tetto sostenuto da quattro montanti di ferro ai quali erano appese le tendine, che avevano tirato su per lasciar libera la vista del paesaggio. Quella dietro, sciolta, ondeggiava al vento come una bandiera. Seduta accanto al suo sposo, la signora Dufour si spampanava in uno straordinario vestito di seta color ciliegia. Dietro, su due sedie, c'erano la vecchia nonna e una ragazza. Dietro ancora si scorgevano i capelli gialli d'un giovane, il quale, in mancanza di seggiole, s'era sdraiato sul fondo, e lasciava vedere soltanto la testa.


Incipit
Per giorni e giorni i resti dell'esercito in rotta attraversarono la città. Non erano soldati, ma orde sbandate. Gli uomini, con la barba lunga e sporca, le uniformi a brandelli, camminavano con passo stanco, senza bandiera, senza capi. Parevano tutti depressi, sfiancati, incapaci di pensare o di decidere, andavano avanti solo per abitudine, e appena si fermavano cadevano giù dalla fatica. Erano per lo più richiamati, gente pacifica, tranquilli possidenti, curvi sotto il peso del fucile; giovanissime reclute, vivaci, facili a spaventarsi come a entusiasmarsi, pronte all'attacco come alla fuga; in mezzo ad essi, alcuni pantaloni rossi, resti d'una divisione maciullata in una grande battaglia; scuri artiglieri in fila con fanti di diverse armi; e, ogni tanto, l'elmo lucido d'un dragone dal passo pesante che seguiva faticosamente la marcia più spedita dei fanti. Passavano anche legioni di franchi tiratori dai nomi eroici: «i Vendicatori della Disfatta; i Cittadini della Tomba; i Votati alla Morte», e dall'aspetto di banditi.

11 giugno 2022

POE, Edgar Allan - le Grandi firme della Narrativa Breve

 

(Boston, Massachusetts, 1809 - Baltimora 1849)

Poeta, narratore e critico statunitense, E. A. Poe è diventato il più famoso autore di narrativa fantastica grazie all’estrema sapienza tecnica con cui ha costruito i suoi racconti del terrore. [...]
Poe è considerato l’iniziatore di due generi letterari che hanno avuto grande successo: il racconto di detection, ovvero d’indagine deduttiva su un crimine misterioso, e il romanzo di fantascienza. (Treccani.it)

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Incipit:
Non ho molto da dire del mio paese e della mia famiglia. I cattivi trattamenti, e il passare degli anni, mi hanno cacciato da quello e reso estraneo all’altra.
Il mio patrimonio ereditario mi permise di procacciarmi un’educazione non comune, e il mio spirito contemplativo di classificare con metodo il materiale che lo studio precoce aveva diligentemente raccolto. Più di ogni altra cosa le opere dei filosofi tedeschi mi procurarono grandi delizie; non per una sconsigliata ammirazione della loro follia eloquente, ma per la facilità che mi davano le mie abitudini di pensiero rigoroso, di scoprire le loro falsità. [...]
Ho creduto bene premettere tutto questo, perché il racconto incredibile che sto per fare non venga attribuito all’esaltazione di una cruda fantasia piuttosto che all’esperienza positiva di una mente per la quale gli abbagli dell’immaginazione non sono mai esistiti.


Incipit:
Per il racconto stranissimo eppure casalingo che mi metto a stendere per iscritto, non mi aspetto né chiedo di essere creduto. Sarebbe pazzia pretenderlo trattandosi di un caso nel quale i miei sensi rifiutano di prestar fede a loro stessi. Eppure matto non sono; e certissimamente non sogno. Ma domani morrò, e oggi vorrei liberarmi l’anima di questo peso. Il mio scopo immediato è di mettere davanti al mondo in maniera chiara, succinta, senza commenti, una serie di semplici avvenimenti domestici che nelle loro conseguenze mi hanno terrificato, torturato, annientato. 



... Questo è vero, sono un uomo nervoso, spaventosamente nervoso, e lo sono sempre stato; ma perché pretendete che sono pazzo? La malattia mi ha reso i sensi più acuti – mica me li ha distrutti – logorati. E già avevo l’udito finissimo, e tutto ho sentito del cielo e della terra. Anche dell’inferno ho sentito parecchio. Com’è dunque che sarei pazzo? State attenti! E osservate con quanto senno, con quale calma sono capace di raccontarvi tutta la storia. 
  Come in principio l’idea mi venne non è possibile dirlo; ma una volta che mi entrò in testa ne fui ossessionato notte e giorno. Un motivo, non c’era. La passione non c’entrava per nulla. Gli volevo bene, al caro vecchietto. E lui non mi aveva fatto alcun male. Mai mi aveva offeso. Né io volevo il suo oro. Fu per il suo occhio, credo. Sicuro, fu per quello! Aveva un occhio che pareva un occhio di avvoltoio, azzurro chiaro, con un velo sopra. Ogni volta che quell’occhio si posava su di me, mi si gelava il sangue; e così, lentamente, a grado a grado, mi misi in testa di togliergli la vita, al vecchio, e in tal modo sbarazzarmi per sempre dello sguardo di quell’occhio. 
  Ecco il punto! Voi mi credete pazzo. E i pazzi non sanno quel che fanno



Incipit
Non conobbi mai nessuno tanto pronto allo scherzo quanto il re. Sembrava vivesse solo per le burle. Raccontargli una storia scherzosa e raccontarla bene, era la via più sicura per conquistarne i favori. Perciò accadde che i suoi sette ministri fossero tutti persone eminenti per i loro talenti di burloni. Erano anche tutti dello stesso stampo del re, essendo alti, corpulenti e adiposi, oltre che inimitabili burloni. Non sono mai stato assolutamente in grado di stabilire se la gente ingrassi in virtù delle celie o se nel grasso stesso vi sia qualcosa che predisponga allo scherzo; ma certo è che un mattacchione magro è una rara avis in terris. [...]
Il nostro re, naturalmente, aveva il suo «matto». Era un fatto ch'egli sentiva il bisogno di qualcosa nel senso della follia, se non altro per controbilanciare la pesante saggezza di quei sette uomini saggi che erano i suoi ministri, per non dire di lui stesso.