23 gennaio 2019

CIGNI SELVATICI - Alice Munro


SCHEDA

Autore: Alice Munro (1931 Canada)
Titolo: Cigni Selvatici
Titolo or. : Who Do Think You Are? (1977)
tratto da: Chi ti credi essere- Einuaudi
Genere: Racconto Breve

Descrizione:
Come dieci capitoli di un anomalo romanzo di formazione, i racconti di questa formidabile raccolta delineano con sapienza il personaggio di Rose, privilegiando il ruolo che il rapporto con la matrigna Flo ha avuto nel complesso definirsi della sua identità. La voce da cui riceviamo le storie è quella di un narratore provvisoriamente onnisciente il quale organizza in ordine cronologico episodi della vita di Rose lasciando che emerga dalla loro successione il conflitto tra desiderio di fuga e consapevolezza della necessità di restare. Rose è la bambina ribelle e pensosa del primo racconto, punita a cinghiate da un padre imperscrutabile e chiuso; Rose è l’avida lettrice che tiene a bada il pensiero del padre ammalato e l’insofferenza alle meschinità di casa a furia di Shakespeare e Dickens; è l’adolescente in viaggio dalla piccola West Hanratty a Toronto, vittima e complice di una sordida iniziazione sessuale ad opera di un impassibile ministro del culto. Ma Rose è anche la giovane innamorata del modo in cui sembra amarla Patrick Blatchford, dottorando in Storia presso la stessa università che le ha aperto le porte grazie a una borsa di studio; è la donna coinvolta in una relazione extraconiugale destinata a concludersi nell’amarezza; è la madre nervosa di una bambina piú saggia di lei, ed è infine la donna matura che torna là dove tutto era cominciato e ritrova, nel tono brusco e inclemente di Flo, ormai prossima al ricovero in casa di riposo, il filo ininterrotto di un’esistenza interiore, e il ricordo dell’unico amore mai raccontato...
Susanna Basso su IBS
   



CIGNI SELVATICI
Alice Munro

Flo la mise in guardia dai cacciatori di schiave. Le spiegò come operavano: una vecchia con fare materno, o da nonna, ti si sedeva accanto in pullman o in treno e faceva amicizia. Poi ti regalava una caramella che era drogata. Di lì a poco cascavi dal sonno e farfugliavi, senza riuscire più a spiccicare parola. Aiuto, esclamava allora la vecchia, mia figlia (nipote) si sente male, per carità qualcuno mi aiuti a portarla fuori, ha bisogno di un po' d'aria fresca per riprendersi. Ed ecco che si presentava un signore molto cortese che si fingeva un estraneo, e offriva assistenza. Insieme, alla fermata successiva, ti scaricavano dal pullman, o treno che fosse, e quella era l'ultima cosa che il mondo dei vivi sapeva di te. Ti relegavano nella prigione delle Schiave Bianche (dove eri stata trasferita in catene e sotto effetto di droghe di modo che non sapessi neanche più dov'eri), e ti tenevano li fino a quando non raggiungevi una condizione di degrado assoluto e disperazione, con il corpo straziato dalle voglie di uomini ubriachi e contagiato dalle malattie più schifose, la mente distrutta dagli stupefacenti, senza più un dente in bocca e un capello in testa. Ci volevano grossomodo tre anni per ridurti in quello stato. Dopodiché non avresti più voluto andare a casa, magari manco ti ricordavi dove fosse e, comunque, era escluso che ci sapessi tornare. Perciò potevano metterti sulla strada. Flo prese dieci dollari e li ritirò in un sacchettino di stoffa che cuci alla spallina della sottoveste di Rose. L'altro rischio probabile era che le rubassero i soldi. E non ti fidare, si raccomandò ancora Flo, di chi è vestito da prete. Sono i peggiori, quelli.
E un travestimento molto comune tra i cacciatori sia di schiave, sia di borsette. Rose chiese come avrebbe mai saputo distinguere i preti veri da quelli falsi.
Flo aveva lavorato a Toronto una volta. Come cameriera in una caffetteria a Union Station. Era lì che aveva imparato tutto quello che sapeva. In quel periodo non vedeva mai un raggio di sole, tranne che nel giorno di riposo. In compenso, ne vedeva di tutti i colori, tipo quella volta che un tizio aveva aperto la pancia di un altro con un coltello, cosi: gli aveva strappato la camicia e tagliato di netto la pancia come fosse un'anguria. Il padrone della pancia in questione era rimasto seduto a guardarsi stupefatto, senza neanche avere il tempo di protestare. Flo lasciava intendere che roba del genere era ordinaria amministrazione, a Toronto. Aveva visto due donnacce (le chiamava cosi, Flo, le puttane, calcando l'accento sulla a) picchiarsi davanti a un tale che le stava a guardare ridendo, e ad altri uomini che si fermavano a ridere e a istigarle, mentre quelle si strappavano i capelli a manciate. Alla fine era arrivata la polizia e le aveva portate via che ancora urlavano e strepitavano.
Aveva anche visto un bambino morire di convulsioni. Gli era venuta la faccia nera come l'inchiostro.
- Beh, io comunque non ho paura, - disse Rose provocatoria. - Tanto c'è la polizia, no?
- Buoni quelli! Ma se sono i primi a truffarti.
Rose non credeva a una sola parola di quello che Flo raccontava in materia di sesso. Prendi il caso del becchino.
Un ometto calvo, sempre in ordine, che ogni tanto veniva in negozio e si rivolgeva a Flo con voce pacata e rassicurante.
«Volevo solo un sacchetto di caramelle. Magari qualche gomma da masticare. E un paio di tavolette di cioccolato. Potrebbe essere cosi cortese da incartarmele?» Ma certo, gli assicurava Flo in tono di finta deferenza.
E avvolgeva i dolciumi nella carta bianca pesante, cosi da farli sembrare quasi un pacco regalo. L'uomo perdeva tempo a scegliere quel che voleva, canticchiando e facendo due chiacchiere, poi si tratteneva ancora qualche minuto. Magari si informava sulla salute di Flo. E su quella di Rose, se c'era anche lei.
«Ti trovo pallidina. Le ragazze della tua età hanno bisogno di aria buona». E a Flo invece: «Sempre qui a lavorare, eh, lei? E una vita che si spacca la schiena».
«Vita grama per gente grama», ribatteva cordiale Flo.
E appena lui era uscito, si precipitava alla vetrina. Eccolo là, il vecchio carro funebre con le tendine viola.
«Giorno di caccia, oggi!», commentava Flo, mentre il carro si allontanava lentissimo, quasi a passo d'uomo. Era stato becchino in passato, l'ometto, ma ormai era in pensione. Lui e il suo carro funebre. I figli avevano rilevato l'impresa e acquistato un mezzo nuovo. E lui batteva l'aperta campagna a bordo del vecchio mezzo, in cerca di donne. A detta di Flo. Rose non poteva crederci. Secondo Flo era a loro che dava le gomme e le caramelle. Rose sosteneva che invece probabilmente se le mangiava. Flo insisteva che la gente l'aveva proprio visto e sentito. Nella bella stagione viaggiava coi finestrini abbassati, cantando tra sé e sé o per un passeggero invisibile seduto dietro.
Bianca la fronte come la neve
Dolce la curva del collo da cigno
Flo lo imitava mentre, cantando, accostava gentile una donna a piedi su una stradina appartata, o ferma a un crocicchio in aperta campagna. Tra complimenti, galanterie e tavolette di cioccolato, le offriva un passaggio. Naturalmente chiunque riferisse di aver ricevuto l'invito, sosteneva di avergli detto di no. Lui non tormentava nessuno, e proseguiva educato per la sua strada. Si presentava alle porte di casa e, quando c'era il marito, sembrava contentissimo di accomodarsi e fare due chiacchiere. Le donne sposate dicevano che non si era mai spinto oltre, ma Flo non era convinta.
«Certe ci cascano e salgono, - diceva. - Un buon numero». Le piaceva immaginare l'interno del carro. Tutto imbottito. Sulle pareti, sul tettuccio, sul fondo. Di un bel viola, lo stesso delle tendine, il colore dei lillà scuri.
Fesserie, pensava Rose. Chi ci credeva, con uno di quell'età?
Rose andava in treno a Toronto per la prima volta da sola. C'era già stata in effetti, ma con Flo, e molto prima che suo padre morisse. Si erano portate i panini da casa e avevano comprato del latte dal venditore sul treno. Era acido. Latte e cacao andato a male. Rose aveva continuato a berlo a piccoli sorsi, per non ammettere che una cosa tanto desiderata potesse tradirla cosi. Dopo averlo annusato, Flo si era fatta tutto il treno avanti e indietro a caccia del vecchio in giacchetta rossa, sdentato e con il suo vassoio appeso al collo. Lo aveva invitato ad assaggiare il latte e cacao. Aveva pregato i passeggeri di annusare a loro volta. Il venditore le aveva proposto un gingerino gratis. Che però era caldo.
- Gliel’ho detto chiaro, - commentò Flo appena si fu allontanato. - E giusto dirle, le cose.
Una signora si dichiarò d'accordo con lei ma perlopiù la gente si limitava a guardare fuori dal finestrino. Rose bevette il gingerino tiepido. Forse fu quello, forse la scena con il venditore, o magari la conversazione in cui si erano lanciate Flo e la signora compiacente riguardo ai rispettivi luoghi di provenienza, alle ragioni per cui erano dirette a Toronto, alla stitichezza mattutina di Rose che era il motivo del suo colorito pallido, o forse quel poco di latte e cacao che aveva buttato giù, sta di fatto che andò a vomitare nella toilette del treno. Per il resto della giornata temette che la gente, a Toronto, le sentisse addosso l'odore di vomito.
 Questa volta invece il viatico di Flo fu dire al controllore: - Mi raccomando, la tenga d'occhio, non è mai stata via da casa prima d'ora, - per poi guardarsi intorno ridendo, cosi da lasciare intendere che scherzava. Dopodiché le toccò scendere. Il controllore non sembrava più incline di Rose a scherzare, e non aveva di certo voglia di tener d'occhio nessuno. A Rose non rivolse mai la parola, se non per chiederle il biglietto. Seduta accanto al finestrino, Rose ben presto fu felicissima. Sentiva Flo allontanarsi, West Hanratty sfrecciare via, e una parte esausta di sé sganciarsi da lei con estrema disinvoltura. Le piacevano quelle località che conosceva via via sempre di meno. Una donna in camicia da notte nel cortile di casa, indifferente all'idea che i passeggeri dal treno potessero vederla. Viaggiavano in direzione sud, lasciandosi alle spalle la linea delle nevi per inoltrarsi in una primavera anticipata, in un paesaggio più mite. Dove la gente poteva coltivare i peschi nei giardini di casa.
Rose passò mentalmente in rassegna le cose da cercare a Toronto. Prima di tutto, quelle per Flo. Certe calze speciali, per le sue vene varicose. Un particolare tipo di colla per attaccare i manici delle pentole. E un gioco completo del domino.
Per sé, Rose voleva comprare una crema depilatoria per gambe e braccia, e se possibile dei cuscinetti gonfiabili che, in teoria, snellivano fianchi e cosce. Probabilmente la crema l'avrebbe trovata anche al negozio di Hanratty, ma la commessa era amica di Flo e le diceva sempre tutto. La aggiornava su chi comprava la tinta per capelli, le pillole dimagranti e i preservativi. Quanto poi ai cuscini snellenti, si poteva anche richiederne la spedizione, ma all'ufficio postale avrebbero di sicuro fatto qualche commento, e Flo aveva conoscenze anche li. Rose voleva anche comprarsi dei braccialetti e una maglia di angora. Sperava tanto di trovare bracciali d'argento e un maglioncino blu polvere. Confidava che l'avrebbero trasformata, rendendo lei placida e snella, i suoi capelli crespi belli lisci, la pelle splendida come seta e le ascelle meno sudate.
I soldi per queste cose, come pure per il viaggio, venivano da un premio che Rose aveva vinto con un tema dal titolo Arte e scienza nel mondo di domani. Con sua sorpresa, Flo le aveva chiesto di leggerlo, e, mentre lo faceva, aveva detto che il premio dovevano averglielo dato per aver ingoiato il dizionario. Poi, timidamente, aveva aggiunto: - E molto interessante.
La notte, l'avrebbe trascorsa da Cela McKinney, la cugina di suo padre. Cela aveva sposato un direttore d'albergo credendo con ciò di essere arrivata chissà dove. Invece un bel giorno il direttore era tornato a casa, si era seduto per terra tra due sedie in sala da pranzo, e aveva sentenziato: - Non metterò più piede fuori di qui -. Non era successo niente di strano; aveva molto semplicemente deciso di non uscire più e cosi aveva fatto, fino alla morte. La vicenda aveva reso Cela McKinney strana e irritabile. Alle otto di sera sprangava tutte le porte. Era anche diventata avarissima. Per cena, di solito, metteva in tavola un piatto di porridge, con l'uvetta. La casa era buia, angusta e aveva l'odore che c'è nelle banche.
II treno si stava riempiendo. A Brantford, un tale le chiese il permesso di sedersi accanto a lei.

- Non si direbbe, ma fa freschetto, oggi, - disse. Le offri qualche pagina del suo giornale. Rose disse no, grazie.
Poi, per non essere giudicata scortese, concordò che in effetti faceva fresco, e continuò a contemplare la mattinata di primavera dal finestrino. Non c'era più neve, quaggiù. Rispetto a casa, alberi e arbusti sembravano avere la corteccia più chiara. Perfino il sole pareva un altro. Posti diversi da quelli a cui era abituata, quanto le coste del Mediterraneo o le valli californiane.
- Che finestrini sporchi, dovrebbero tenere un po' più pulito, no? - disse l'uomo. - Lei viaggia spesso in treno?
No, rispose Rose.

I prati erano già allagati. L'uomo li indicò con un cenno del capo dicendo che quell'anno era andata cosi.
- Nevi abbondanti.
Rose notò quel plurale, «nevi», un termine che le suonava poetico. Da lei avrebbero usato tutti il singolare.
- Mi è successo un fatto strano, l'altro giorno. Ero in macchina, in campagna. Andavo a trovare una mia parrocchiana, una signora che ha problemi di cuore...
Rose lanciò un'occhiata al colletto. Camicia normale, cravatta e completo blu scuro.
- Ah, già, - disse lui. - Sono un pastore della Chiesa Unita. Ma non giro sempre in clergyman. Solo quando predico. Non sono in servizio, oggi.
- Come dicevo, ero in macchina, quando su un laghetto ti vedo delle oche selvatiche; guardo meglio e scopro che ci sono anche dei cigni. Che meraviglia. Dovevano essere diretti a nord, dove migrano in primavera. Uno spettacolo. Mai visto niente di simile.
Rose non riusciva a godersi l'idea dei cigni selvatici, perché temeva che l'uomo volesse pilotare la conversazione dai cigni a Madre Natura per arrivare a Dio, come si conviene a un ministro del culto. Ma lui non lo fece, si limitò a dire dei cigni.
- Uno spettacolo bellissimo. Le sarebbe piaciuto. Doveva avere tra i cinquanta e i sessant'anni, pensò
Rose. Era basso, scattante, con una faccia squadrata e rubizza e lucide onde di capelli grigi ravviati all'indietro. Quando capi che non avrebbe tirato in ballo Dio, Rose si senti in dovere di mostrarsi riconoscente. E disse, chissà com'erano belli.
- Non era nemmeno uno stagno vero e proprio; giusto dell'acqua su un prato. Per pura fortuna c'era dell'acqua e loro erano scesi li proprio mentre passavo io. Pura fortuna. Scendono dalla punta orientale del lago Erie, credo. Ma non ero mai stato così fortunato da vederli, prima.
Rose tornò a voltarsi per gradi verso il finestrino, e lui al suo giornale. Per non sembrare sgarbata, e decisa a chiudere ogni discorso, mantenne un'espressione sorridente. Faceva davvero freddino, perciò si era tirata giù la giacca che salendo in treno aveva appeso al gancio e se l'era distesa addosso come un plaid. All'arrivo del pastore, aveva appoggiato la borsetta a terra, per lasciargli più spazio. Lui separava le varie pagine del giornale, scuotendole rumorosamente, senza alcun imbarazzo, anzi, con una certa ostentazione. Le diede l'impressione di essere uno di quelli che fanno un po' tutto cosi, con ostentazione. Con ecclesiastica solennità. Scartava di lato le pagine che non gli interessavano. Un angolo del giornale le sfiorò la gamba all'altezza del bordo della giacca.
Per un poco pensò che fosse il giornale. Poi si disse, e se fosse una mano? Ecco il genere di fantasie che potevano attraversarle la mente. Le capitava di guardare le mani degli uomini, la peluria che avevano sugli avambracci, il profilo concentrato delle loro facce. E di pensare a tutte le cose che potevano fare. Anche gli idioti. Tipo l'autista del furgone che consegnava il pane al negozio di Flo. Pensava alla maturità e alla competenza dei suoi modi, a quel misto di pacata disinvoltura e di prontezza con cui guidava il camioncino del pane. Non le dispiacevano neanche certe pance da mezza età che si ripiegavano sopra la cintura. Un'altra volta si era messa a osservare il professore di francese, a scuola. Tutt'altro che francese, in realtà: si chiamava McLaren, ma Rose pensò che a furia di insegnarla, quella lingua gli si fosse appiccicata addosso facendolo sembrare un autentico francese. Giallognolo e nervoso, spalle ossute, naso adunco, occhi tristi. Se lo immaginava serpeggiare strisciando tra piaceri pigri, un perfetto dispensatore di private indulgenze. Rose smaniava dal desiderio di essere l'oggetto delle voglie di qualcuno. Di sentirsi aggredita, appagata, sottomessa, spossata.
E se era una mano? Se davvero quella era una mano? Si spostò appena, addossandosi al massimo contro il finestrino.
Fantasticando, aveva costruito quella realtà per la quale non si sentiva pronta. La trovava anzi allarmante. Si concentrò sulla gamba, su quel quadratino di pelle coperto dalle calze di nylon. Non aveva il coraggio di guardare. C'era una pressione, o no? Si spostò ancora. Le gambe erano e restavano ben chiuse. Si. Era una mano. Era la pressione esercitata da una mano.
«Smetta, la prego». Ecco quello che cercò di dire. Formulò le parole nella mente, le valutò, ma non fu in grado di farle arrivare oltre le labbra. Come mai? Per l'imbarazzo? Il terrore che gli altri la sentissero? C'era gente li intorno, i sedili erano tutti occupati.
Non era solo quello.
Riuscì in effetti a guardarlo, senza alzare la testa ma girandola appena, con cautela. L'uomo aveva reclinato il sedile e chiuso gli occhi. La manica blu scuro del completo spariva sotto il giornale. L'aveva sistemato in modo che coprisse in parte la giacca di Rose. La mano era là sotto, inerte, come abbandonata nel sonno.
Ora, Rose avrebbe potuto scostare il giornale e togliere la giacca. Se lui non dormiva, si sarebbe visto costretto a levare la mano di li. E se dormiva, se non la levava, Rose avrebbe potuto mormorare un «Chiedo scusa», e depositargliela decisa sul ginocchio. Questa soluzione, tanto ovvia e banale, non le passò neanche per la mente. E si sarebbe dovuta chiedere, come mai? La mano del ministro non le era affatto gradita, non ancora, almeno. La faceva sentire a disagio, nervosa, risentita, intrappolata; le faceva anche un po' schifo. Eppure non riusciva ad assumersi la responsabilità di rifiutarla. Non avrebbe saputo sostenere che era lì, quando lui pareva sostenere il contrario. Come accusarlo di quel gesto, vedendolo disteso inerme e fiducioso, a concedersi una pausa rilassante prima di una giornata impegnativa, con quella faccia tanto sana e beata? Un uomo più vecchio di suo padre, se suo padre fosse stato ancora vivo, un uomo abituato al rispetto, un amante della Natura, appassionato di cigni selvatici. Se Rose avesse detto «Smetta, la prego», di sicuro lui l'avrebbe ignorata, come per non dar peso a una sciocchezza o a una scortesia da parte sua. Sapeva che, subito dopo aver aperto bocca, avrebbe sperato di non essere stata udita.
Ma c'era anche dell'altro. La curiosità. Più tenace e imperiosa di qualunque voglia. Una voglia in sé, anzi, di quelle che ti costringono ad aspettare, ad aspettare troppo, a rischiare quasi il tutto per tutto, soltanto per vedere come andrà a finire. Per vedere come andrà a finire.
Durante i chilometri successivi, la mano si diede a una serie di delicatissime e assai timide perlustrazioni e pressioni. Allora non dormiva. E se dormiva, la mano almeno era sveglia. Rose provava davvero un senso di schifo. Una nausea leggera, intermittente. Immaginava carne: pezzi di carne, musi rosa, lingue grasse, dita tozze, e tutto ciò nell'atto di fremere, strisciare, ciondolare, strofinarsi in cerca di piacere. Le venivano in mente i gatti in calore quando si strusciano contro i pali della staccionata, miagolando il loro strazio. Che pena, che vergogna infantile, quel solletico, le pressioni, le strizzate. Tessuti porosi, membrane arrossate, nervi turbati, odori indecenti; umiliazioni.
Si era ormai messo in moto tutto questo. La mano di lui, che Rose non avrebbe mai voluto prendere tra le sue per ricambiarne la stretta, la sua mano ostinata e paziente fu in grado, a poco a poco, di far fremere l'erba e scorrere le acque, di risvegliare un segreto lussureggiante.
Eppure, Rose avrebbe preferito di no. Comunque, avrebbe preferito di no. Ti prego, leva quella mano, disse rivolta al finestrino. Basta, ti prego, disse alle stoppie e ai fienili. La mano si spostò più in alto, superò il bordo della calza, raggiunse la pelle nuda, e continuò a salire, sotto il reggicalze fino alle mutandine, tra il basso ventre e il pube. Le gambe restavano accavallate, strette l'una all'altra. Finché rimanevano cosi, Rose poteva dichiararsi innocente, visto che non aveva fatto concessioni. Poteva ancora credersi pronta a porre fine a tutto da un minuto all'altro. Non sarebbe successo niente, niente di più. Le gambe, non le avrebbe aperte mai.
Si, invece. Invece sì. Mentre il treno attraversava il Niagara Escarpment sopra Dundas, mentre guardavano giù verso la valle preglaciale, con le sue colline basse coperte di boschi argentati, mentre scivolavano giù diretti alle sponde del lago Ontario, Rose procedeva alla sua lenta, muta e definitiva dichiarazione, deludendo forse, non meno che soddisfacendo, il proprietario di quella mano. Lui non avrebbe battuto ciglio, sarebbe rimasto imperturbabile; le sue dita non avrebbero esitato a mettersi invece al lavoro con forza e con discrezione. Un'invasione, e gradita, e chiazze di luce al largo sull'acqua del lago; chilometri di nudi frutteti in fase di risveglio, nei dintorni di Burlington.
Da vergognarsi, da sentirsi umiliati. Ma che male fa, ci diciamo in momenti simili; non c'è niente di male, anzi, peggio è, meglio è, e assecondiamo frattanto l'onda fredda della cupidigia, del cupido assenso. Che sia la mano di uno sconosciuto, o un tubero o un banale attrezzo da cucina su cui la gente costruisce doppi sensi; il mondo è strapieno di oggetti dall'aria innocente, pronti a farsi manipolabili, compiacenti. Rose controllava il proprio respiro. Non riusciva a crederci. Vittima e complice, si lasciò portare oltre la fabbrica di marmellate e confetture di frutta Glassco, oltre gli enormi tubi pulsanti delle raffinerie. Superando in corsa zone di periferia dove lenzuola e asciugamani usati per ripulire macchie di intimità sventolavano osceni ai fili da bucato, dove perfino i bambini nei cortili delle scuole sembravano impegnati in giochi indecenti, dove anche i camionisti fermi ai passaggi a livello di certo infilavano beati il ditone nella mano stretta a pugno. Che fantasie assurde, che visioni volgari. Ecco i cancelli e le torri del parco esposizioni, ecco cupole decorate e colonne fluttuare meravigliose nel cielo roseo delle sue palpebre. Per poi spalancarsi in segno di festa. Come se un grande stormo di uccelli, magari proprio di cigni selvatici, raccolti sotto a un'unica immensa cupola spiccassero insieme il volo e invadessero il cielo.
Si morse la punta della lingua. Di lì a poco passò il controllore a svegliare i passeggeri del treno, ad avvisarli che bisognava tornare alla vita.
Nell'ombra della stazione, il pastore della Chiesa Unita, rinfrancato, apri gli occhi, ripiegò il giornale e le offri un aiuto per infilarsi la giacca. I suoi modi galanti erano di una compiaciuta indifferenza. No, disse Rose, con la lingua dolorante. Lui scese in fretta dal treno, precedendola. Non lo rivide più, alla stazione. Non lo rivide mai più in vita sua. Ma per anni e anni rimase, per così dire, in servizio, pronto a insinuarsi al suo posto al bisogno, senza il minimo riguardo, nel tempo, nemmeno per il marito o l'amante di turno. Su quale vantaggio poteva contare? Rose non riuscì mai a capirlo. La semplicità, l'arroganza, il richiamo perverso della sua assenza di bellezza, o perfino dell'ordinaria virilità dell'uomo maturo? Quando si alzò, Rose si accorse che era addirittura più basso del previsto, che aveva la faccia rosea e unta, che nel suo modo di fare c'era un che di rozzo, invadente, puerile.
Era davvero un pastore, o la raccontava solo cosi? Flo aveva accennato a certi che, pur non essendolo, si trave-stivano da uomini di chiesa. Ma non il contrario. O, più strano ancora, a uomini che, non essendo preti, fingevano di esserlo, ma si vestivano come se non lo fossero. Il fatto comunque che Flo si fosse avvicinata così tanto a quel che poteva succedere le dava fastidio. Attraversando Union Station, Rose si senti sfregare la pelle dal pacchettino dei soldi, e seppe che lo strofinio per tutto il giorno avrebbe agito da memorandum.
I messaggi di Flo le arrivavano comunque, perfino allora. Trovandosi a Union Station, si ricordò che ai tempi in cui Flo lavorava alla caffetteria, al negozio di souvenir c'era una certa Mavis. Costei aveva delle escrescenze sugli occhi che parevano doversi trasformare in porri e che invece erano guarite, scomparse. Magari se le era fatte togliere, Flo non aveva indagato. Era molto carina, dopo. A quei tempi c'era un'attrice del cinema che le assomigliava moltissimo. Si chiamava Frances Farmer. Rose non l'aveva mai sentita nominare. Così si chiamava. E Mavis era andata a comprarsi un grande cappello che le calava su un occhio e un vestito fatto solo di pizzo. E una volta per il fine settimana era andata in una località turistica su, a Georgian Bay, prenotando a nome di Florence Farmer. Per dare a tutti l'idea di essere quell'altra, Frances Farmer, che però si faceva chiamare Florence perché era in vacanza e non voleva farsi riconoscere. Aveva un bocchino da sigaretta nero con intarsi di madreperla. Poteva farsi arrestare, disse Flo. Per la «faccia tosta».
Per poco Rose non andò al negozio di souvenir a vedere se Mavis era ancora lì e se la riconosceva. Pensava che sarebbe stato bellissimo, riuscire a cambiare tanto. Osare fino a quel punto, farla franca, lanciarsi in folli avventure, rischiando sulla propria pelle, ma con il nome di un'altra.

FINE

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